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Lovette/codagnone

All My Colours Turn To Clouds

a cura di Agata Polizzi

Inevitabilmente il “contesto” nel quale avvengono le azioni, trasferisce loro una parte d’identità, le contamina e le condiziona, è lo scenario in cui esse avvengono.
Sarà per questo, forse, che Aristotele sosteneva (Etica Nicomachea) che i “luoghi sono legati alle cose così tanto, che per ricordare le cose basta ricordare i luoghi”; il luogo è associazione d’idee, è un ricordo, una sensazione, una direzione.
Il contesto diventa un elemento significativo, in cui si compie la parte sensoriale del fare, quella che dà forma all’immaginario attraverso una scelta, un gesto, un’immagine, un profumo o semplicemente una parola.

All My Colours Turn To Clouds è un lavoro che accetta questo statuto di appartenenza in linea con l’identità stilistica di Lovett/Codagnone, e lo fa in un’anarchia di significato che “ricontestualizza” ogni azione a partire dal fatto che la verità non esiste, se non in ciascuno di noi, se non confondendosi con le nostre abitudini, attitudini e capacità di percepire e riprodurre la realtà.
La verità è molteplice come uno specchio in cui si riflette un’immagine sempre vera, eppure diversa, in cui l’attenzione al contesto cambia i punti di vista creando una verità fluida che si rinnova accompagnando il cambiamento.

Per comprendere intimamente l’azione creativa di Lovett/Codagnone è importante “pensare” di fronte a ciò che si vede, sente o vive, non accontentarsi solo di ciò che “sembra”. Occorre riposizionare le opposizioni del tipo: vero/falso, giusto/sbagliato, inizio/fine. Capovolgere gli stereotipi per uscire dall’ovvietà delle cose, vedere oltre quella patina “pelosa” che interferisce alimentando con l’inganno delle certezze.

Lovett/Codagnone sono interpreti di un linguaggio che è fortemente morale prima che artistico, sociale prima che culturale. In questo senso la loro arte è metalinguaggio. Si nutre di azione segno e parola, di differenti universi culturali, un po’ come fa il teatro.
Del resto cos’altro sono pratiche artistiche come la performance, la video installazione o persino la stessa fotografia se non azioni in differita, atto scenico surreale e senza tempo? Finzioni, in cui il gesto come anche la parola, hanno libero arbitrio, sono lì per dimostrare, nella purezza tagliente del loro “non essere”, l’urgenza della realtà, dove invece tutto ha conseguenze, dove il tempo è sì reale così come lo è il peso delle azioni?

Il lavoro di Lovett/Codagnone seduce con una forte radice testuale aggrappandosi alla matrice letteraria, enfatizzando e utilizzando la spettacolarità dell’arte contemporanea proprio come se fosse una figura retorica. La forza, persino a volte cruda, dell’atto creativo nasconde e protegge un significato invece intimo e fragile, come il sentimento, la fiducia, come la paura o la speranza.

All My Colours Turn To Clouds sintetizza molta parte di questo concetto, mescolando alcuni lavori storici del duo, intensi e poetici, epilogo di una decennale ricerca sul linguaggio come base delle relazioni sociali, e alternandoli con lavori site-specific, inediti, istintivi e “molteplici”. Come la Sicilia, capace di cambiare pelle, di adattarsi alle continue inversioni di marcia, abituata alla lentezza insita nella sua perifericità non solo geografica ma anche ideologica. Una Sicilia dalla quale, credo, Lovett/Codagnone attingono una forza magnetica, se vogliamo distruttiva ma capace di risorgere e di alzare la testa, capace di riscatto.

La mostra palermitana è un lavoro sartoriale, che inizia il suo racconto a partire da questa Città colta nel suo momento presente, ma senza dimenticarne il passato. È un racconto accorato che vuole rompere con l’idea immanente della verità assoluta (che non esiste), per aprirsi invece all’imprevedibilità e alla possibilità. Un lavoro che vuole restituire all’individuo la sua centralità. L’individuo come cellula dinamica della società, con una sua storia, con una sua identità che ogni giorno attua “tattiche di resistenza” contro la distorsione imposta dalle relazioni sociali, dal potere, dalla logica del consenso estorto per paura dell’allontanamento, che rifugge l’omologazione. Un individuo cerebrale ma anche concreto, che apprezza il valore dei gesti quotidiani, che non è disposto a perdere tempo, perché ne conosce il valore.

All My Colours Turn To Clouds celebra l’individuo che vuole resistere e rafforzarsi nella diversità di pensiero e di scelta, consapevole di sé stesso e, per questo, libero di vivere il proprio privato come sacro e intangibile. Un uomo molto diverso da uno tra i più emozionanti fantasmi di Pier Paolo Pasolini (rievocato in questa mostra dallo splendido scatto di Letizia Battaglia), quel Carlo, uomo ambiguo, dilaniato dalla contraddizione, schiacciato dall’aberrazione delle convenzioni sociali, che in Petrolio (Einaudi 1992) dichiara dolorosamente di “considerare indubbiamente finita la sua vita privata. A cui non resta che scegliere (?)-suo malgrado- di essere soltanto “pubblico” e quindi “santo”.

artista:LOVETT/CODAGNONE
titolo:All My Colours Turn To Clouds
cura di: Agata Polizzi
Coordinamento progettuale: Antonio Leone
Assistenti alla produzione: Marìa Gracia de Pedro, Andrea Infurna, Andrea Mineo
luogo: Francesco Pantaleone arte Contemporanea Via Vittorio Emanuele 303
durata: dal 21 Giugno 2013 al 15 Settembre 2013
Grafica: Donato Faruolo
produzione: Francesco Pantaleone arte Contemporanea
Con il patrocinio di: Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia
Sponsor tecnico: VINI PLANETA – The HotelSphere | Hotel Principe di Villafranca & Hotel Plaza Opéra
Si ringraziano: E. Picozzi, G. Pellicano, F. Meris

Si ringrazia sentitamente Letizia Battaglia per la concessione della foto di P.P. Pasolini